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La nostra città

Livorno, bella e gentile regina del Tirreno, dalla spiaggia sempre fiorita e verdeggiante, allietata dalle gaie canzoni delle sue brune, leggiadre, popolane, simpatica per la proverbiale schiettezza e per l'innata cordialità dei suoi baldi ed energici figli, Livorno la cui importanza come città marittima e commerciale risale appena a tre secoli addietro, ha remote origini. Siede all'estremità meridionale d'una bassa pianura, che dalla sinistra riva dell'Arno si stende sino ai poggi di Montenero: l'azzurro flutto la bacia e la rispecchia vagamente, e se dalla parte di terra é abbellita dalle amene collinette che le fan corona, da quella del mare l'occhio si riposa volentieri sulle isolette dell'Arcipelago toscano, prime fra le quali la Capraja e la Gorgona, dinanzi a cui sorge come sentinella avanzata il triste e temuto scoglio della Meloria, doloroso ricordo delle lotte fratricide che straziarono l'Italia nell'evo di mezzo. Gli storici ne fanno risalire la fondazione dal 2300 al 2600 avanti A. C. V'è chi opina che se ne debba il nome a Ligure, figliuolo di Fetente, re dei Molossi, e da Ligure si disse Ligura e Livorna (come risulta da un documento esistente nell'Archivio Arcivescovile Pisano dell'anno 904) e quindi Livorno. Altri sostengono invece che la città deve la sua vita ai Lidi o ai Viburni. Secondo la prima versione, Tirreno re dei Lidi, avrebbe dato il nome al mare che bagna le coste livornesi; e, secondo l'altra, Livorno sarebbe voce derivata dalle Liburnie, leggere e velocissime navi che i Liburni adoperavano e che alla nostra spiaggia approdavano di frequente. Che dai Liburni venisse il nome a Livorno, scrive anche Niccolò Tommaseo. Tutti poi gli annalisti e gli storici che di Livorno fecero argomento di studio, sono concordi nell'affermare l'esistenza d'un tempio consacrato ad Ercole (Eracle) protettore dei naviganti; lo affermano il Santelli, il Targioui, il Vivoli e pare che al semidio fosse poi dato il nomignolo di Labrone, perché la spiaggia sulla quale era edificato il tempio aveva forma di labbro. Di Livorno parla Paolo Giovio nel Ebro XXVI della sua storia, a proposito dell'armata del Doria; e rimane ancora il ricordo dell'antico nome nella voce Calambrone, con la quale s'è chiamato il Fosso Reale e che deriva da Caput Labronis; ma gli edificatori veri e propri di Livorno sono stati senza dubbio gli abitanti di Porto Pisano; talchè è indiscutibilmente vero, che come Fiesole fu la madre di Firenze, così Pisa lo fu di Livorno. I primi ricordi precisi dell'esistenza di Livorno rimontano al 1017. Era allora un castello dato dall'impero in feudo a dei marchesi d'incerto casato. Fu poi considerato come dipendenza di Porto Pisano e soggiacque alla stessa sorte dopo la fatale battaglia della Meloria, avvenuta nel 1283. Nel 1421 trovandosi Genova stretta dalle armi e dalle minacce di Filippo Maria Visconti duca di Milano, e lacerata dalle interne fazioni, vendè Livorno ai fiorentini per centomila ducati, rinunziando a ogni suo diritto sopra il castello, porto e fortilizi, compreso Porto Pisano, il quale, benchè divenuto inutile, ne rendeva loro più sicuro il possesso. Incominciò allora la Repubblica fiorentina a favorir Livorno con privilegi ed esenzioni che rimasero a lungo tempo in vigore. Restaurò le vecchie torri, e fra queste il Faro sussistente fino dal 1303, e ne edificò alcune nuove. Dei ricevuti benefici dimostrarono i livornesi la loro più ampia gratitudine a Firenze, quando nel 1496 i potentati d'Italia, invidiosi e paurosi dei trionfi di Carlo VIII, si strinsero in lega; aderirono il papa, il duca di Milano, quello di Ferrara, Pisa, Genova, Siena e Lucca. Firenze, alle molteplici lusinghe rispose sempre rifiutando e fu allora che i Pisani chiesero ed ottennero aiuto di cavalli, di armi e di fanti da Massimiliano I, imperatore di Germania e re dei Romani, per combattere i fiorentini. Carlo, re di Francia, dal canto suo, molto prometteva ai fiorentini; ma i fatti non rispondevano alle parole. Pur nonostante la repubblica si preparava gagliardamente alla pugna, e sapendo come Livorno fosse l'occhio del capo sito, (Lettera dei X di Balia, 3 luglio 1496), con 10.000 moggia di frumento la foraggiò e la munì di potenti artiglierie, dandole per comandante Andrea de' Pazzi, oltre ai conestabili Baglioni, Vincenzo da Cortona, Ludovico da Perugia e Cecco da Montedoglio, fra gli altri valorosissimo. Nella metà d'ottobre di quell'anno, 1'esercito alleato mosse contro Livorno, mentre dal lato di mare venti navi bloccavano il porto. Massimiliano stesso era a bordo della Grimalda, grossa nave genovese, e lo circondavano i provveditori veneziani, l'oratore del duca di Milano ed altri cospicui personaggi. Terribile fu l'attacco; più terribile la difesa e tanto fu il valore delle milizie, dei livornesi e degli uomini del contado, che l'imperatore, scornato e avvilito, dopo aver corso grandissimo pericolo di vita, dovette toglier l'assedio. La repubblica fiorentina in premio della splendida condotta dei livornesi, fece porre sullo stemma della loro terra nativa la parola Fides; e in progresso di tempo, in memoria e in onore dei contadini dell'Ardenza, di Montenero e d'Antignano che strenuamente coadiuvarono a quella difesa, fu elevato in una piazzetta presso la Darsena, un monumento rappresentante un villano con ai piedi il cane simbolo della fedelt&agrave. D'allora in poi quella piazza si chiamò, come si chiama anche adesso, Piazza del Villano. Del monumento non rimane più che la base ed è merito dei cittadini Carlo Angelini e Adolfo Mangini, se anche questa fu salvata dalla distruzione decretata dalla Giunta comunale nel 1883. Ma la prosperità e lo sviluppo di Livorno si deve ai Medici. Cosimo I dichiarò Livorno porto franco e asilo sicuro di tutti i perseguitati per debiti e per le pene meritate in altre contrade; fece costruir l'Arsenale della Darsena, eriger la nuova torre del fanale e incominciare il molo. Vi attirò molti greci donando loro Sant' Jacopo e la cinse di mura. Suo fratello Ferdinando largì tali beneficenze alla nuova città che può dirsene il fondatore; e il 10 giugno 1593 promulgò un indulto col quale invitava i mercanti di tutte le nazioni e d'ogni religione, Greci, Armeni, Turchi, Ebrei, Arabi ed altri a venirsi a stabilire in Livorno, senza tema di esser molestati e con piena sicurezza per le loro persone e sostanze. Non é a dire come fosse accolto un tale indulto; da ogni parte del mondo accorsero nel nuovo emporio commerciale i trafficanti, e in breve la Toscana si trovò a possedere la più conveniente piazza di scambi fra il Levante e le nazioni occidentali d'Europa. Molte peripezie subì Livorno da quell'epoca, senza che perciò ne venisse danneggiato il suo meraviglioso incremento. Occupata dai francesi nel 1795, rimase unita all'impero napoleonico tino al 1814. La popolazione e le sue case crebbero rapidamente; fu allargata la periferia della città ai sobborghi in essa compresi si estesero le franchigie; venne condotto a termine l'acquedotto; eretto il magnifico Cisternone, si aprirono nuove bellissime vie e si rese una passeggiata incantevole il lungo tratto di spiaggia che dalla barriera a Mare conduce all'Ardenza, in guisa che Livorno poté annoverarsi fra le più amene stazioni balneari d'Italia. Decaduta in gran parte per l'abolizione del suo porto franco, la patria di F. D. Guerrazzi, di Micali, di Calzabigi, di Carlo Bini, di Cappellini e di altri illustri non è più oggi che l'ombra di ciò che era trent'anni or sono. Né per quanto si tenti da alcuni intraprendenti industriali di riattivarne i commerci, potrà mai tornare alla prosperità e alla ricchezza goduta fino al 1859. Belle pagine di splendido patriottismo onorano i livornesi moderni, non degeneri dai vincitori di Massimiliano I. Gioverà ricordare come, dopo Novara e quando tutto aveva ceduto agli eserciti di Radetzki e di D'Aspre, essi soli, senza capi, senz'armi, senza munizioni, senza speranza d'aiuti, osarono chiuder le porte della loro città alle truppe austriache e nei giorni 10 e 11 maggio 1849, valorosamente pugnarono alle mura, nei sobborghi e sul litorale, non cedendo che al numero e contrastando palmo a palmo, con grandissima strage, il terreno all'odiato nemico. Nel 1859, nel 1860, nel 1866, dettero fortissimo contingente di volontari per le guerre dell'indipendenza e il 3 novembre 1867 a Mentana gli avanzi della compagnia comandata da Carlo Meyer, orribilmente decimata dagli chassepóts di Napoleone III, meritarono che Garibaldi li salutasse chiamandoli: La vecchia guardia livornese.

E. GIRARDI
Da Le Cento Città d’Italia, Venerdì 25 novembre 1887